di Saveria Mobrici
Recensione del romanzo di Marcello Vitale “Il procuratore normale” (Ensemble editore) da parte dell’Avv. Saveria Mobrici, Presidente della Camera Penale Militare; letta dalla stessa il 13 Gennaio 2026 durante la presentazione del libro nella Sala Stampa della Camera dei deputati.
Il libro di Marcello Vitale, “Il Procuratore Normale”, non è agevolmente collocabile entro i confini consueti
della saggistica giuridica, né può essere ricondotto alla letteratura giudiziaria di testimonianza o di denuncia.
Esso si presenta, piuttosto, come un autentico evento culturale, nel significato più pieno e rigoroso del
termine: un’opera che non si limita a prendere parte a un dibattito già esistente, ma ne modifica l’assetto, ne riconsiderare sposta il baricentro concettuale, costringendo il lettore a categorie consolidate, posture
intellettuali sedimentate e automatismi morali spesso accettati senza interrogazione critica.
Marcello Vitale non scrive per spiegare il diritto, né per segnalare singole disfunzioni dell’ordinamento. Il suo intento è più profondo e, al tempo stesso, più esigente: mettere in discussione il modo in cui pensiamo il potere giudiziario, il linguaggio con cui lo descriviamo, le giustificazioni simboliche che lo sorreggono. In questa prospettiva, “Il Procuratore Normale” si colloca consapevolmente all’interno di una tradizione alta del pensiero europeo, che ha interrogato il rapporto tra individuo, istituzioni e potere ben oltre il dato normativo.
Per funzione e portata, il libro richiama opere che hanno segnato in modo irreversibile la coscienza critica
del Novecento: “Il processo” di Franz Kafka, “La caduta” di Albert Camus, “Il contesto” di Leonardo
Sciascia, “Il potere invisibile” di Norberto Bobbio.
Testi diversi per forma e linguaggio, ma accomunati da una medesima urgenza: comprendere come il potere possa operare in modo pervasivo e determinante anche — e soprattutto — quando si presenta come normale, razionale, legittimo, perfino irreprensibile.
Parlare oggi del “Il Procuratore Normale” non significa, dunque, introdurre semplicemente un libro.
Significa assumersi la responsabilità di riflettere pubblicamente sul potere nella sua dimensione più
delicata: quella che non si manifesta attraverso l’arbitrio o l’eccezione, ma attraverso la regola, la
procedura, l’apparente neutralità del funzionamento istituzionale. È in questo spazio, silenzioso ma
decisivo, che il testo di Vitale ci chiama ad un esercizio di consapevolezza civile, prima ancora che giuridica.
Vitale ha scritto un’opera che non consola e non accusa: espone, non chiede adesione, chiede
responsabilità; ha scritto un’opera necessaria perché ha osato porre la domanda che la nostra epoca evita:
che cosa accade quando il potere diventa normale?
Il suo libro non è un saggio giuridico, non è un libello, non è una denuncia occasionale.
È una diagnosi profonda della modernità giudiziaria.
Una mappa morale del nostro tempo.
Il cuore dell’opera è una scoperta concettuale: il procuratore normale.
Non il magistrato cattivo, non il persecutore, non il fanatico, non il mostro.
Ma l’uomo ordinario del potere.
Colui che non crea il male, ma lo amministra.
Non odia, ma tratta l’imputato come pratica.
Non decide l’ingiustizia, ma la rende possibile.
In questa figura prende forma ciò che Hannah Arendt chiamò la banalità del male.
Ma Vitale compie un passo ulteriore: mostra la banalità dell’accusa.
Il male moderno non ha più bisogno di cattivi. Gli basta che il sistema funzioni.
Qui il libro di Vitale incontra Leonardo Sciascia e Norberto Bobbio.
Sciascia, nel “Il contesto”, ci ha mostrato che la giustizia non fallisce per errore, ma per coerenza con il sistema.
La verità che trionfa non è quella che accade, ma quella di cui il potere ha bisogno.
Bobbio, nel “Il potere invisibile”, ci ha fornito la struttura teorica: il potere moderno non domina,
amministra; non impone, organizza; non reprime, regola.
E Vitale nomina finalmente la figura che incarna tutto questo: il funzionario dell’accusa, normale, efficiente, irreprensibile, che annulla vite senza percepirsi come autore del male.
In questo triangolo teorico – Sciascia, Bobbio, Vitale – la modernità giuridica viene finalmente compresa nella sua verità più inquietante: il potere non è più atto, ma sistema; non è più violenza, ma procedura; non è più colpa, ma funzionamento.
Ma il libro di Vitale dialoga anche con Hannah Arendt, Michel Foucault, Albert Camus.
Arendt ci ha insegnato che il male moderno nasce dall’assenza di pensiero, dall’incapacità di interrogarsi
sul senso delle proprie azioni.
Foucault ha mostrato che il potere non è concentrato, ma diffuso, capillare, invisibile, e che il processo
penale è uno dei suoi dispositivi più raffinati di produzione della verità.
Camus ha indicato l’ultima linea di resistenza: la coscienza dell’uomo che rifiuta di collaborare con il
male anche quando il male è legale.
Tutto questo vive, oggi, nel Procuratore Normale.
Il centro dell’opera non è il singolo magistrato. È il sistema simbolico che trasforma la procedura in
alibi morale.
È l’illusione che la correttezza formale coincida con la giustizia.
È la retorica dell’infallibilità giudiziaria che protegge il potere sottraendolo al dubbio.
Vitale mostra ciò che il nostro linguaggio giuridico fatica ad ammettere: un uomo può essere distrutto nel
pieno rispetto delle regole.
E quando ciò avviene, nessuno è responsabile, perché tutti hanno fatto il proprio dovere.
Questa è la vera crisi del nostro tempo: un potere che produce effetti devastanti senza colpa apparente.
Ecco perché questo libro non interpella solo i magistrati.
Interpella tutti noi: avvocati, studiosi, operatori delle istituzioni, cittadini.
Perché il potere giudiziario non è un fatto tecnico.
È un fatto civile.
Ed è su questo terreno che si gioca la salute della democrazia.
Nessuna riforma, nessun codice, nessuna tecnologia potrà mai sostituire una domanda semplice, terribile,
decisiva: “sto distruggendo una vita?”
Se questa domanda scompare, il diritto resta in piedi, ma la giustizia è già morta.
“Il Procuratore Normale” non è un libro che si consuma con la lettura.
Resta. Lavora nella coscienza.
Riapparirà ogni volta che qualcuno pronuncerà le parole: in nome della legge.
E ci ricorderà che la giustizia non è un meccanismo, la giustizia non si misura dalla correttezza delle
procedure, ma dalla quantità di coscienza che chi giudica riesce a conservare mentre esercita il potere.
È una responsabilità.
