“Nessuno mi può giudicare”, il romanzo scritto dal Magistrato scrittore Marcello Vitale, ha il taglio giusto per essere utile oggi, non come nostalgia, ma come “specchio sporco” del presente. Vale certamente la pena parlarne ancora e farne addirittura un film.
Il 1968 non è storia morta, è il codice sorgente dei nostri tempi e Vitale lo dice chiaro: Torino nel 1968 è un “alambicco”. Dentro si trova:
contestazione studentesca, che parte con “fiori nei cannoni” inneggianti alla pace e finisce con mitra per alcuni; miracolo economico e migrazione interna, centinaia di migliaia dal Sud alla Fiat, lingotto e Mirafiori sono il motore. Scontro delle istituzioni vs piazza dove, un magistrato meridionale, senza che potesse aspettarselo, si ritrova in mezzo come testimone e, sin da subito, come acuto osservatore e studioso dei suoi tempi.
Oggi i nomi cambiano, la dinamica no: giovani precari vs sistema, migrazioni interne/esterne, polarizzazione, Stato che risponde con legge e ordine. Parlare del ’68 vuol dire capire da dove viene il linguaggio politico, il rapporto lavoro-capitale, la diffidenza verso le istituzioni che si vede oggi sui social o, per esempio, in quello che è appena stato l’acceso dibattito durante il periodo interessato dal referendum sulla riforma della giustizia. Senza il ’68 non si capisce perché in Italia “contestazione” ha ancora quel sapore.
Il romanzo è utile perché è “testimonianza imparziale”.
Vitale non scrive da militante, né da controrivoluzionario, scrive da PM meridionale a Torino, quindi vede entrambi i lati: la figlia dei fiori Carla, figlia di un operaio Fiat arrivato da Palermo con la valigia di cartone e il suo essere magistrato, uomo delle Istituzioni che diventa obiettivo quando la contestazione dura e pura passa al mitra, al crimine da dover giudicare per obbligo, ma anche per coscienza.
Questa doppia lente evita da un lato l’ “agiografia” e, dall’altro, la demonizzazione. È raro, giacché, la maggior parte dei racconti sul ’68, sono o santini o processi sommari. Un libro che mostra il corto circuito tra sogno e deriva violenta è utile perché smonta il mito che allora era tutto “puro” e il contro-mito che erano solo “terroristi”. La verità sta nel mezzo e, nel mezzo, ci sono persone vere.
I temi sono senza tempo, per questo fanno male ancora oggi.
Dal commento di Vitale si evincono nodi che non sono mai stati sciolti:
rapporto Nord-Sud e lavoro, la migrazione interna per la Fiat come antenata dei flussi migratori di oggi e tutto quel disagio sociale che spesso diventa dramma, tragedia e di cui le cronache non possono esimersi dal mettere a fuoco e raccontare. Stesso sogno, stessa fatica, stessa paura dell’altro.
Vitale parla di riforme civili che, per realizzarsi, si devono anche contrapporre ad una certa violenza politica; divorzio, aborto, parità, abolizione del cottimo nascono da quella spinta, ma la spinta “degenera”. Sorgerebbe, dunque, una domanda scomoda: si possono ottenere riforme senza che un movimento venga cannibalizzato dalla violenza?
Gli intellettuali veri finiscono con il confrontarsi inevitabilmente con un certo livello delle istituzioni e, un magistrato che osserva con sguardo critico e libero, rischia di essere visto, in qualche modo, come una minaccia o, in qualche altro modo, finisce col sentirsi minacciato a sua volta. Il ruolo oggi di giornalisti, giudici, ricercatori e chissà ancora di chi altri è quello di trovarsi, loro malgrado, in un conflitto identico a quello già vissuto durante il ’68.
La “Cultura Pop” fu un collante; Mina, Caterina Caselli (il cui titolo di una sua nota canzone titola lo stesso romanzo) e tutto quel nuovo mondo, anche anglosassone, della musica e del cinema, riuscì ad attraversare i mari per unire e portare, con un canto unico di ribellione e liberazione, i giovani di allora, verso un’idea di fratellanza al di là dei confini geografici. La colonna sonora che sottende nell’immaginario collettivo, pensando al ’68, rende quel periodo umano, non solo ideologico e serve per non ridurre il ’68 a mero slogan.
Sono temi che un ragazzo di 20 anni nel 2026 capisce subito perché li vive con altri nomi: precariato, housing, polarizzazione, cancel culture.
Detto ciò, farne un film oggi, aiuta, con gli strumenti cinematografici dell’immediatezza e del coinvolgimento, nella reale comprensione del romanzo, in tutta la sua disarmante dimensione, quella che lo rigenera come un faro che mette in evidenza le peculiarità di un periodo unico e, insieme, senza tempo, per farlo risaltare, così ricollocato per genesi, nell’attualità dei nostri giorni.
Vitale lo auspica ed ha ragione. Il motivo è semplice: velocità di penetrazione, un film, infatti, entra in 2 ore in teste che non apriranno mai un romanzo di 300 pagine. Si vede una Torino molto particolare, si sente Mina ed ecco sulla scena Carla e Marcello. L’immedesimazione fa più di 100 pagine di analisi.
È una divulgazione non scolastica che si misura con una scuola che insegna il ’68 come data che identifica un’icona affascinante, un film, invece, lo insegna come atmosfera, contraddizione, odore di fabbrica e di assemblea. La gente ricorda immagini, non date. La “revisione storica oggettiva”, infatti, come dice Vitale, serve per un’analisi più corretta del Movimento. Il cinema, se fatto bene, costringe a mostrare tutte le facce. Non si possono fare 2 ore solo di slogan, si deve far vedere anche il magistrato che ha paura, l’operaio che vuole solo lo stipendio, lo studente che passa al mitra.
Un esempio tipico nella storia del cinema è “La meglio gioventù”, dove, un pubblico vastissimo, ha capito 30 anni di storia italiana meglio che in 5 anni di liceo. E come non pensare a grandi del passato che riuscirono ad abbattere la barriera spazio-temporale e costruire ponti fra epoche per denunciare ingiustizie costanti e senza tempo parlando di un passato per alludere a problemi contemporanei,
dando eternità e universalità alla giusta e sacrosanta lotta per il rispetto della dignità umana? Così fece Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi” utilizzando l’ambientazione seicentesca, sotto il dominio spagnolo, come metafora per analizzare e criticare la società del suo tempo sotto un altro oppressore. Il passato per leggere il presente quando un autore descrive un periodo di declino, nell’ingiustizia e nell’oppressione, come specchio della situazione politica e sociale della sua epoca. Il racconto di una società caratterizzata da disuguaglianze, corruzione, soprusi dei potenti sugli “umili” e da un potere o da suoi “sicari”, così come furono i “bravi” del ‘600, in rappresentanza di quella polizia politica o di quei funzionari di Stato il cui rischio, che possano comparire in ogni luogo del mondo e sotto le più diversificate spoglie, è sempre in agguato; cani da guardia alla libertà di pensiero, di espressione e di audeterminazione dell’essere umano. Oppure, ancora, il turbolento e al contempo straordinario Giuseppe Verdi che sostenne il Risorgimento italiano soprattutto attraverso opere liriche; celebre fu il suo contributo con il coro “Va, pensiero” dal Nabucco (1842), interpretato come inno degli oppressi contro la censura austriaca del momento; Verdi veicolava, tra le righe, ideali di libertà.
Sono questi validi e indiscussi esempi della forza vibrante dell’animo umano quando diventa immortale e capace di autorappresentarsi attraverso lo strumento dello spettacolo; del resto, ancor prima, antica Grecia docet nel prorompente eco delle rappresentazioni dei suoi teatri vivi e riecheggianti ancora oggi.
Il rischio di fare l’ennesimo film nostalgia anni ’60 con la colonna sonora di Mina, ma zero denti a mordere l’inconscio odierno, potrebbe essere evitato, appunto, a patto che si metta in giusta evidenza l’ampio respiro dato da un’epoca in cui, quando ancora si sentiva lontano l’eco dell’ultima grande guerra, già si temeva una escalation dovuta alla c.d. “guerra fredda”, alla questione di “Cuba”, al Vietnam e a tutto quel sistema di potere imperscrutabile in simbiosi con il noto comparto militare industriale. E quanto di più attuale potrebbe esserci oggi ?!!!
Il valore profondo e reale, pertanto, sta nel realizzare un film come lo vede Vitale: una storia d’amore impossibile sullo sfondo di un’Italia che cambia troppo in fretta. Amore impossibile perché il contesto lo rende impossibile. E quel contesto è identico al nostro, solo con altri strumenti.
Se il film mostra che “fantasia al potere” e “piombo” sono nati dallo stesso utero, fa più revisione storica di 10 convegni.
Parlare del ’68, oggi, serve perché è il debug del presente. Questo romanzo serve perché ha uno sguardo bifocale raro. Farne un film serve perché solo il cinema può far arrivare quella contraddizione a un pubblico che non legge, ma vota, protesta, lavora in fabbrica o in smart working.
Se se ne facesse veramente un film, la prima scena dovrebbe essere Carla e Marcello che si incontrano a Crocetta mentre fuori Torino brucia; perché è lì il punto: l’amore personale contro la storia che travolge.
Questa storia è attualissima, specialmente per un pubblico, oggi, capace di riconoscersi all’interno di un racconto senza eroi e senza cattivi, solo gente incastrata, incastrata come spesso sente di essere ognuno di noi.
(S.G.)