La Calabria non è un ‘isola felice ma forse avrebbe voluto esserlo. Geograficamente, se ci si mette un po ‘ di fantasia, è una penisola, vale a dire l ‘appendice di un corpo più grande. Se invece entrate nella psicologia e nella cultura dei suoi abitanti, vi trovate l ‘orgoglio di chi si sente estraneo, diverso, singolare. C ‘è anche il lamento dell ’emarginato, nonché la protesta di chi è stato messo sotto (il piede dell ‘Italia, con decenza parlando), ma c ‘è anzitutto la cocciuta, ostinata, testarda – tre aggettivi obbligatori per una canonica definizione dei calabresi – volontà di essere differenti: quando gli altri preferiscono nettamente essere simili agli abitanti del resto della nazione e del continente.

Ma cos ‘hanno mai da difendere per essere tanto gelosi della loro identità da secoli, anzi da millenni, visto che si tratta di uno dei più antichi , se non il più antico, dei popoli italici? E ‘ un ‘eredità remotissima di coloni greci educatisi all ‘isolamento in una madre patria dove i monti invalicabili – in Grecia come in Calabria – formano arcipelaghi di paesi? Tre Calabrie che sarebbero ancora ventitré, se l ‘Autostrada del Sole non fosse passata come un proiettile a far saltare ostacoli naturali e culturali alla comunicazione nella regione e tra la regione e il resto dell ‘Italia. Questo per dirlo così terra terra, perché se andiamo più in alto e cioè nell ‘etere constateremo che fattore di avvicinamento, se non di unificazione nazionale, è stata la televisione. La quale però continua a considerarla una regione estremista. E ‘ all ‘estremo e forse pure allo stremo, ma non ha smesso per questo con dignitoso distacco di guardare dal basso in alto l ‘Italia.

Ben gli sta ai calabresi se non sono all ‘altezza del resto del paese, dicono molti settentrionali che sognano una vita simile a quella del resto d ‘Europa. E in effetti ai calabresi sta bene essere così come sono. Sono scontenti e sono scontrosi, sono arrabbiati, vedendo da sotto tante magagne. Quale magagna c ‘è sotto il loro rifiuto di integrarsi? Non lo saprete mai, maledetti italiani. Questo dicono questi benedetti calabresi di cui si dice tanto male in Italia. Sono questo dunque i calabresi? No, quasto è solo uno dei ventitré modi, poco più o poco meno, di essere calabresi, forse il più diffuso, magari nei libri. Un altro modo di esserlo nella vita e nel libro (Lo sguardo dell ‘Uomo) è quello di Marcello Vitale. Eppoi c ‘è anche il mio, che a sua volta è uno dei ventitré modi circa di essere calabresi fuoriusciti o emigrati.

Marcello Vitale lavora in Calabria, dove fa il magistrato, che è come dire che è in prima linea, trattandosi di una regione presidiata da una delle tre organizzazioni criminali che fanno celebre il nostro Sud in tutto il mondo. Vitale ovviamente non mette direttamente in versi i crimini della ‘ndrangheta ( a proposito, nel 1958, Pier Paolo Pisolini su un pulmann che viaggiava per il Crotonese propose l ‘etimologia dal greco “anér-andros”, uomo, associazione di “uomini”, il vir latino ). Accumula però fiori e si vergogna per chi, magari anche lui stesso, “canta di cicale”, mentre “il cancro d ‘asfalto altri uccide”. Una maledizione per la Calabria, che è maledetta per tante altre ragioni, terra da abbandonare all ‘inseguimento di operai la cui “musica vera” è stata tenuta lontana…

* tratto dalla prefazione di Walter Pedullà al libro di Marcello Vitale “Lo sguardo dell ‘uomo” (Editrice Ianua, Roma 1986,collana del Giano, testi scelti da Dario Bellezza e Italo Evangelisti)