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                      LA CALABRIA di Walter Pedullà *

   

La Calabria non è un’isola felice ma forse avrebbe voluto esserlo. Geograficamente, se ci si mette un po’ di fantasia, è una penisola, vale a dire l’appendice di un corpo più grande. Se invece entrate nella psicologia e nella cultura dei suoi abitanti, vi trovate l’orgoglio di chi si sente estraneo, diverso, singolare. C’è anche il lamento dell’emarginato, nonché la protesta di chi è stato messo sotto (il piede dell’Italia, con decenza parlando), ma c’è anzitutto la cocciuta, ostinata, testarda – tre aggettivi obbligatori per una canonica definizione dei calabresi – volontà di essere differenti: quando gli altri preferiscono nettamente essere simili agli abitanti del resto della nazione e del continente.

Ma cos’hanno mai da difendere per essere tanto gelosi della loro identità da secoli, anzi da millenni, visto che si tratta di uno dei più antichi , se non il più antico, dei popoli italici? E’ un’eredità remotissima di coloni greci educatisi all’isolamento in una madre patria dove i monti invalicabili – in Grecia come in Calabria – formano arcipelaghi di paesi?  Tre Calabrie che sarebbero ancora ventitré, se l’Autostrada del Sole non fosse passata come un proiettile a far saltare ostacoli naturali e culturali alla comunicazione nella regione e tra la regione e il resto dell’Italia. Questo per dirlo così terra terra, perché se andiamo più in alto e cioè nell’etere constateremo che fattore di avvicinamento, se non di unificazione nazionale, è stata la televisione. La quale però continua a considerarla una regione estremista. E’ all’estremo e forse pure allo stremo, ma non ha smesso per questo con dignitoso distacco di guardare dal basso in alto l’Italia.

Ben gli sta ai calabresi se non sono all’altezza del resto del paese, dicono molti settentrionali che sognano una vita simile a quella del resto d’Europa. E in effetti ai calabresi sta bene essere così come sono. Sono scontenti e sono scontrosi, sono arrabbiati, vedendo da sotto tante magagne. Quale magagna c’è sotto il loro rifiuto di integrarsi? Non lo saprete mai, maledetti italiani. Questo dicono questi benedetti calabresi di cui si dice tanto male in Italia. Sono questo dunque i calabresi? No, quasto è solo uno dei ventitré modi, poco più o poco meno, di essere calabresi, forse il più diffuso, magari nei libri. Un altro modo di esserlo nella vita e nel libro (Lo sguardo dell’Uomo) è quello di Marcello Vitale. Eppoi c’è anche il mio, che a sua volta è uno dei ventitré modi circa di essere calabresi fuoriusciti o emigrati.

Marcello Vitale lavora in Calabria, dove fa il magistrato, che è come dire che è in prima linea, trattandosi di una regione presidiata da una delle tre organizzazioni criminali che fanno celebre il nostro Sud in tutto il mondo. Vitale ovviamente non mette direttamente in versi i crimini della ‘ndrangheta ( a proposito, nel 1958, Pier Paolo Pisolini su un pulmann che viaggiava per il Crotonese propose l’etimologia dal greco “anér-andros”, uomo, associazione di “uomini”, il vir latino ). Accumula però fiori e si vergogna per chi, magari anche lui stesso, “canta di cicale”, mentre “il cancro d’asfalto altri uccide”. Una maledizione per la Calabria, che è maledetta per tante altre ragioni, terra da abbandonare all’inseguimento di operai la cui “musica vera” è stata tenuta lontana…

  

* tratto dalla prefazione di Walter Pedullà al libro di Marcello Vitale “Lo sguardo dell’uomo” (Editrice Ianua, Roma 1986,collana del Giano, testi scelti da Dario Bellezza e Italo Evangelisti)