Mercoledì 9 dicembre 2009 - ore 18.30, presso la libreria KOOB di Roma

 

Giancarlo De Cataldo presenta

il libro di Marcello Vitale

“SERPE CHE MARIA COL PIEDE SCHIACCIA”

Campanotto editore, 2009

Se è consentito ad un ruvido narratore di storie criminali, come chi scrive, di pronunciarsi in materia di poesia, allora va posta, come punto fermo per accostarsi alla lettura di questa silloge, un’affermazione netta: Marcello Vitale è un poeta gnostico. E la sua poesia merita, per poter essere accostata, un duplice livello di lettura. Per prima cosa, Vitale è poeta in quanto “fabbro” della parola. Egli ne piega la materia indocile sino a conferirle la forma scelta, e, attraverso di essa, raggiunge, con la necessaria mediazione dell’oggetto-libro, il cervello, il cuore, il fegato del lettore. Nella realizzazione finale, nell’approdo, forma e materia si confondono, diventando un’unità inscindibile: nel labirinto della comunicazione poetica il lettore è chiamato dapprima ad abbandonarsi alla sensazione, sin quasi a smarrire ogni concetto di senso, e, subito dopo, a recuperare, con una tenace e puntigliosa opera di risalita, il significato, il filo rosso sotteso all’emozione. Come in un ascolto musicale che, per essere compiutamente fruito, deve ignorare la tecnica e soltanto in un secondo momento, smaltita l’ebbrezza della sensazione, recuperarla. Scrivo questa premessa perché la lettura di Serpe che Maria col piede schiaccia mi ha esposto, come lettore ”avvertito”, esattamente a questo duplice percorso. Dapprima, l’immersione nel fiume delle immagini. E soltanto in un secondo momento la risalita, a lume di ragione, verso il senso unitario dell’insieme. Qui sta, appunto, la radice di ogni gnosi che si rispetti: nel prospettare un viaggio lineare lasciando intendere che lineare non sarà, ma che soltanto a pochi eletti sarà concesso di compierlo fino in fondo… Ciò che a prima lettura appare furore, rivela, a più approfondito contatto, folgoranti squarci d’ironia, una sorprendente capacità di modificazione dei registri narrativi, spesso conviventi, con sbalzi che squassano il lettore – a questo punto appassionato della sua ricerca – e lo fanno saltare come le famose “castagne nella padella” di flaubertiana memoria. Se la prima lettura ci propone un poeta sanguigno, come le mani che non esitano a sporcarsi con la realtà (metafora del passato di inquirente, e del presente del giudicante, dell’autore) la discesa nel profondo svela il mistico: dietro ogni immagine apparente ce n’è  un'altra nascosta e protetta dallo schermo delle parole. Comprenderne l’esistenza significa essere già un passo avanti nell’iniziazione. Afferrarla vuol dire accettare la gnosi, accettare di condividerla. Vedi la locandina dell'evento

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